Identità e postura
1. Incipit
«Cos’è quella cosa che se la cerchi non c’è, ma se la usi ce l’hai?».
Questa domanda da tempo mi balenava in testa. Apparsa una decina di anni fa, così, dal niente mentre facevo i biscotti, e il mese scorso mi è giunta risposta.
Il fatto strano, e in quell’attimo non ci avevo fatto caso, era che stavo impastando ancora biscotti.
Avevo modificato la ricetta degli occhi di bue al grano saraceno e l’odore gentile e intenso di arancia – che avevo messo al posto del consigliato limone – impregnava la cucina.
Ricordo che quello che percepivo non era qualcosa di nuovo, ma un filo che seguivo fin da quando ero bambino, del quale non ne avevo mai visto il volto, fino a quel giorno.
2. Chiamare le carte del Campo
Intorno ai tre anni ero affascinato dalla macchina da scrivere di papà e chiesi a mamma un giorno che cosa fosse quel “coso” – e a cosa servisse. Ricordo che mi aveva insegnato a mettere i fogli nel rullo, spiegandomi che sui tasti erano stampate le lettere dell’alfabeto che si usavano per dare forma alle parole; credo che, non avendo ancora una buona conoscenza dell’alfabeto, la prima storia che scrissi iniziava tipo: “fjjfndood jfidkdkdm jdjfd kdoddkld dkdkddkd…” e vattelapesca.
Più avanti tenevo un quaderno e scrivevo a matita le mie prime storielle – giusto poche frasi – e passavo le ore sulle scale del terrazzo di nonna o sul divano a scrivere o a disegnare, alternando l’attività guardando i cartoni animati.
Mamma adorava le mie storie, diceva, e questo suo particolare attaccamento talvolta lo usavo per ottenere un biscotto in più o la cioccolata, o altro dolce:
«Se non mi dai un biscotto, cancello tutte le mie storie», la minacciavo puntandole una gomma come se fosse un’arma letale.
Allora lei, magari non tutte le volte, me ne dava uno purché io non le cancellassi. Certo, ripensandoci mi fa sorridere, e a volte cerco di immedesimarmi in mia madre che guarda quello scricciolo che senza saperlo aveva appena scoperto una delle virtù che oggi gli permette di essere qui davanti a voi a raccontarvi, non solo la storia di un bambino che ha trovato nella scrittura il mezzo più completo e trasparente per esprimere le proprie emozioni – e “tutto ciò che è” in un’unica soluzione – ma anche di come la sua sensibilità (energia femminile) ha giocato un ruolo fondamentale per poter vivere determinate esperienze, fare certi lavori su di sé, e acquisire conoscenza pulita nel sentire.
Forse la fase delle scuole medie è stato il periodo più difficile dell’adolescenza; abitavo in un paesino di montagna e passare da decine di bambini delle elementari a centinaia di ragazzini, fu quasi un trauma, viste le mie difficoltà a esprimermi.
Ricordo che per un periodo durante la pausa del pomeriggio invece di giocare a calcio, mi sedevo in disparte da solo. Guardavo da distante una mia compagna di classe che mi piaceva; non mi avvicinavo, ma speravo che mi notasse e venisse a sedersi accanto a me. Qualche giorno dopo accadde proprio quello che avevo sperato; in sostanza mi invitò per le prossime volte, se mi faceva piacere, a sedere con lei e la sua amica. In un certo senso questa tecnica dell’isolamento non era poi tanto dissimile a quella della minaccia di cancellare le mie storie scritte a matita, ma il fatto che quel metodo attirasse l’attenzione su di me o aveva potere sulle persone, seppur in una certa misura, era forse un mezzo di sopravvivenza che si attivava inconsapevolmente; ad ogni modo più avanti presi coscienza che non era un atteggiamento sano, soprattutto per me stesso.
Ci sono alcuni fatti che ricordo – e che secondo me sono esemplificativi per comprendere il Campo Emozionale. Il primo accadde nel 1993.
Mamma lavorava in Hotel e quindi non aveva potuto venire con noi al mare. Era brutto tempo, pioveva e c’erano i tuoni che facevano tremare i vetri.
Quel sabato pomeriggio eravamo rimasti in albergo.
Mio padre passò alla reception a chiedere un mazzo di carte e, dopo il classico Scala Quaranta, mi insegnò a giocare a Black Jack. Usavamo un mazzo come fish e l’altro per giocare, mentre lui faceva il croupier. Ricordo che vincevo che era una meraviglia, ma poi qualcosa si incrinò e il mio mazzo svanì come d’incanto in sole poche giocate. Ero arrabbiato, volevo vincere; vincevo e ho perso tutto… E faceva male.
Papà allora, con calma paterna, mi disse questo:
«Sai Raffaele, per vincere alle carte c’è un solo modo. Bisogna saperle chiamare». Per anni queste parole mi erano girate dentro impazzite e solo ora hanno un senso, con il Campo Emozionale.
Qualche mese prima che il linfoma lo divorasse, mi aveva regalato un orologio da polso per il mio primo lavoro di procacciatore d’affari: un Lorenz in acciaio. Ricordo il male che ci rimase quando gli dissi che non mi piaceva, che non lo volevo quello; che io volevo comprarmi un Hamilton – quello che da mesi mi fermavo a guardare in vetrina.
Alla fine, però, lo avevo portato con orgoglio quell’orologio; in realtà era meraviglioso, rispecchiava esattamente la forma e il mio peso psichico – le linee squadrate, un po’ barocche, un po’ futuriste – forse, in fondo, non volevo ammettere che mio padre avesse colto appieno la mia essenza in un unico simbolo.
Mi resi conto solo anni dopo, che dietro quel dono c’era stato più di un pezzo di metallo con un paio ingranaggi che segnava il tempo; nel suo interno c’era nascosto la benedizione di un padre che aveva dato il benvenuto al figlio finalmente tra i grandi: c’era orgoglio e gioia in questo, e io avevo percepito tutt’altro:
«Io valgo quanto un Hamilton, non quanto questo coso, non posso valere così poco, forse per lui non valgo niente», avevo pensato. Inutile dire che il giorno dopo mi sentivo uno straccio e sapevo quando male avevo fatto a Papà – forse i fantasmi del metodo del ‘cancello le storie a matita’ – perciò mentre suonava la tastiera elettronica, ancora con il volto scuro con il quale l’avevo lasciato, andai da lui e gli dissi:
«Papà. Perdonami per ieri. Ero arrabbiato, e non so esattamente per cosa», lui nel frattempo gesticolava con mani e testa come per dire che non faceva nulla, che non dovevo preoccuparmi, che non era successo niente, «No papà. Io, questo orologio, sono orgoglioso che me lo hai regalato e guardandolo meglio è molto bello, mi piace».
Ricordo che senza pensare, agganciato a un sentore che in quel momento non riconoscevo, indossai il Lorenz e lo andai ad abbracciare forte; non lo guardavo in faccia, mi stringevo forte a lui perché in quel momento mi sembrava il gesto migliore per esprimere il bene che gli volessi.
Mio padre non era mai stato un tipo da smancerie e si teneva tutto dentro – s’imbarazzava, infatti era rimasto con le braccia inermi. Eppure, anche lui, poco dopo si era arreso abbracciandomi a propria volta.
Rimanemmo così per diversi minuti, senza dire niente: in quel momento magico, non sapevo come, sentivo che ci stavamo dicendo tutto.
Quell’abbraccio me lo porto ancora stretto al cuore perché è stato l’ultimo ¬– e fra i pochi – abbracci paterni che avessi mai ricevuto da lui.
Forse vi starete chiedendo che cosa c’entrino questi fatti con il manuale, e nel qual caso vi rispondo semplicemente: che non solo sto già descrivendo il Campo, ma che il Campo stesso è quel “filo” di cui ho accennato all’inizio.
3. Chi sono (umano, non guru)
Non sono un dottore, né uno scienziato o un operatore olistico, ma uno scrittore laureatosi a Venezia in Tecniche Artistiche dello Spettacolo, appassionato e studioso di esoterismo. L’esoterismo, oltre che una guida, è stato un fidato compagno.
Non posso dire che sia filato tutto liscio nella mia vita, anche se ora da diversi anni ho portato stabilità, ci sono stati diversi momenti difficili, ma alla fine ripiegare nella conoscenza esoterica e nel sentire – che inizialmente usavo con intuizione, più che con consapevolezza – è stato fondamentale nel salvarmi sia nell’esistere, sia nel mio interiore.
I motivi del disagio, soprattutto nell’infanzia, era la comprensione del mio valore, la dicotomia tra ciò gli altri si aspettavano che fossi (Coscienza Collettiva) e quello che sentivo realmente di me; in questo, durante il periodo adolescenziale, per esempio, scrivere poesie si era rivelato ulteriore sostegno, perché questa, attraverso il suo potere immaginifico, mi aveva permesso di dare un volto agli angeli e ai demoni che scalpitavano dentro di me.
4. Biografia e formazione delle basi del manuale
Ci sono molti eventi, situazioni o persone che hanno contribuito alla conoscenza che ha portato alla realizzazione del manuale, ma quelli che riporto ora sono secondo me i più significativi.
1993-1997.
Avevo solo otto anni. Ricordo che un signore mi aveva detto che c’era un tesoro nascosto in un luogo particolare vicino a casa mia – ovviamente era un gioco, ma io ci credevo sul serio. Così avevo coinvolto i miei amici con i quali lo avevamo cercato per anni. Avevamo una filastrocca nata da alcune incisioni naturali impresse su una parete, che delimitava il luogo del presunto tesoro: “tre uncini due dita il Giorno del Sole troverai/perderai la vita”. Questa frase ci ha tormentato per anni e diverse volte avevamo constatato che «c’è qualcosa davanti ai nostri occhi che ci sfugge»; questo aneddoto è importante perché rappresenta il momento in cui il famoso “filo” aveva preso una coerenza e noi lo sentivamo… Lo sentivamo tutti – anche se non sapevamo come avremmo dovuto guardarlo, come prenderlo.
2010.
Era il periodo dopo l’Università, un momento in cui i miei studi esoterici mi avevo portato ad alcune consapevolezze e diverse gioie, tra le quali l’incontro con una ragazza speciale. La ricordo in modo particolare perché ad oggi è stata l’unica donna in grado di reggermi (reggere l’impatto del mio Campo Emozionale); con lei non mi ponevo domande, del tipo: «ma si starà annoiando, forse è meglio che cambi discorso», o «cosa dico adesso?”; è stata una cosa meravigliosa. Mi ricordo mano nella mano, nel bosco, in religioso silenzio. Erano discorsi pieni di sentimento.
Oppure parlavo per ore, e lei ascoltava senza cedere di un centimetro, mi muovevo in tutt’uno, mi sentivo in grado di esprimermi in maniera naturale e lei mi prendeva appieno così come ero. L’unica cosa che si avvicinava a quel grado di manifestazione completo, avevo constatato successivamente – e in un'unica soluzione – era la scrittura. Poi le nostre strade si divisero ed ebbe inizio il mio periodo buio.
2011.
Ricordo ogni cosa degli ultimi giorni di vita di mio padre. Ero in studio di registrazione a Milano per il mio album, mia madre mi chiamò dall’ospedale di Innsbruck per avvisarmi che lo avevano portato in terapia intensiva – gli avevo parlato il giorno prima e sembrava essersi ripreso dopo mesi di agonia.
Mi ricordo quel venerdì mattina come se fosse ieri, quando siamo arrivati il primario ci ha avvicinati piuttosto avvilito, chiedendoci se avessimo qualche oggetto che potesse infondergli forza e se volessimo per caso chiamare un prete in caso “fosse successo”.
Dopo l’estrema unzione gli misi le cuffie e attivato il suo Ipod su random. Sul display apparve il titolo della canzone The End dei Doors. Incazzato perché avevo ancora speranza che si riprendesse premetti di nuovo il tasto e allora mi arresi in modo definitivo perché era uscita End Of The Line degli Offspring. Era il Campo che mi preparava.
Alle 11:47 staccarono la spina; lo so con certezza perché avevo guardato sul Lorenz. Ad ogni modo qualche ora dopo mi accorsi di un fatto che ancora oggi ripensandoci mi lascia sgomento: che anche le lancette dell’orologio avevano smesso di girare proprio alle 11:47.
Fuori nevicava. I fiocchi erano leggeri e davano una sensazione di pace. Da quel giorno, quando vedo la neve, ritorna quel senso di pace e sento Papà che distende il suo manto protettivo sulle mie spalle.
2012.
In questo periodo non ricordo in che maniera avevo scaricato due libri in pdf da internet: uno era la traduzione delle famose Tavole Smeraldine di Thoth – che diede inizio ufficialmente alla mia ricerca esoterica, dopo una breve parentesi i primi anni dal 2000 con la Wicca e le teorie controverse di Zandor Lavey – l’altro era Il successo dell’atteggiamento mentale positivo di Napoleon Hill.
Le Tavole Smeraldine mi portarono alla cortese attenzione di altri scritti tipo quelli di Madam Blavatsky, o ai Barbelo Gnostici dei vangeli di Nag Hammadi; al De Occulta Phylosophia di Cornelus Agrippa, alla Clavicola di Salomone, il Grimorium Verum, all’alchimia di base e infine a Carl Jung (per citarne alcuni).
Nomino in particolare il testo di Napoleon Hill che mi indusse a ragionare su alcuni aspetti e atteggiamenti di me stesso, oltre che ad aprirmi all’osservazione del contesto, perché intuivo che se il contesto era lo specchio di me stesso, allora osservandolo potevo capire meglio chi fossi – solo da un’altra prospettiva.
2013-2015.
Uno dei Momenti più difficili, ma anche il più formativo per certi versi, è stato quello vissuto tra Los Angeles e Londra.
Grazie al mio produttore colsi l’occasione di concludere e registrare dei featuring importanti su alcune mie canzoni. Ricordo l’emozione di aver suonato con musicisti della scena hard rock losangeliana, oppure gli studi in cui avevano registrato artisti del calibro dei Linkin’ Park, Elvis Presley e Eminem, ma la cruda verità era che quell’esperienza era fallita miseramente; avevo compreso che i margini di miglioramento e realizzare il sogno di diventare una rockstar erano nulli. Avevo diverse buone idee ma la chitarra elettrica non era la mia strada anche se l’adoravo.
Londra inizialmente era stata una destinazione per recuperare il recuperabile delle mie registrazioni, ma giorno dopo giorno mi spegnevo sempre più. I soldi della liquidazione di Papà stavano finendo e se volevo restare per finire le canzoni avrei dovuto trovarmi un lavoro. Alla fine lavorai come KP per un anno circa in un bar-ristorante in South Kensington vicino a Harrods, la migliore esperienza della mia vita, anche se la parte più significativa di quel viaggio era stato il percorso per arrivare a ottenere a quel lavoro.
Il libro di Draco Datson di Salvatore Brizzi mi aveva dato una scossa importante insieme alla scoperta di personalità legati alla mia passione per il mondo antico come Mauro Biglino, Corrado Malanga e Billy Carson. In quel periodo scrissi dei piccoli testi con osservazioni, domande e curiosità che poi avevo raccolto in un primo volume di un compendio di personali indagini esoteriche, che forse un giorno pubblicherò.
Ricordo benissimo il momento in cui dissi addio alla “via del musicista”. Era un giovedì dopo lavoro e avevo appena imboccato le scale mobili della metro in Leicester Square. Scendevo e dalla cima vedevo un bascker che suonava il solo di Sweet Child o’ Mine. Quel suono mi riportò subito alla mente quella chiara consapevolezza che, in fondo, quello del musicista non era un sogno che veniva dal cuore, ma quello che la mente mi aveva suggerito come obbiettivo enorme per dimostrare a me stesso e agli altri – oltre che a mio padre in punto di morte – che ero una persona speciale, che valevo, che ero il re e che nessuno avrebbe potuto più ferirmi, attaccarmi, o farmi del male.
Quando atterrai al suolo, guardai il bascker mentre imboccavo il tunnel della Northern, come se stessi dando un ultimo sguardo a un morto prima di lasciarlo andare in pace per sempre.
2018-2019.
Sono rientrato da Londra con una consapevolezza, che io ero uno scrittore e che scrivere sarebbe stato il lavoro principale.
Dopo anni di studio e perfezionamento sono stato ammesso tra gli scrittori del corso della Scuola Palomar dell’agente letteraria Vicky Satlow. Lì ho imparato cosa significhi essere uno scrittore e la differenza che passa tra “amare scrivere” e “amare la scrittura”. Ricordo quando il mio insegnante, Mattia Signorini, aveva ribadito alla classe che la via dello scrittore era come iniziare un percorso di auto-psicoanalisi; e in effetti, scavando dentro, per scovare in me l’essere scrittore, avevo trovato anche me stesso, il “ciò che sono”.
2019.
Londra. Dovevo ritirare la nuova carta di debito all’indirizzo di un’amica di un amico, per tenere attivo il conto anche se ormai ero rientrato definitivamente in Italia.
Arrivato sul posto, un dedalo di appartamenti con numeri civici separati mi confuse. Passai da una porta d’emergenza per sbaglio verso una piazzola esterna e, cercando “l’appartamento giusto”, rimasi intrappolato: da quella porta si poteva solo uscire, non rientrare. Suonai a un residente che spaventato invece chiamò il 999 (l’equivalente del nostro 112). Con il volo l’indomani, sudavo e immaginavo interrogatori e spiegazioni impossibili; forse l’indirizzo era sbagliato, forse l’amica dell’amico non viveva più lì. L’unica via d’uscita era che qualcuno, per caso, entrasse dall’altra parte dello stabile e mi aprisse. In quell’ansia mi arresi e parlai ad alta voce, senza strategie, solo richiesta nuda.
Mentre il signore dettava all’operatore l’indirizzo per inviare una pattuglia, tornai alla porta d’emergenza, vi porsi sopra le mani e, chiudendo gli occhi, feci tre respiri profondi. Con le lacrime che scendevano, vidi aprirsi la porta del palazzo e un ragazzo entrò. Mi sbracciai come se fossi un naufrago in mezzo a un oceano – dovrei essergli sembrato molto buffo vista la sua faccia attonita e sorpresa – e mi liberò, lo ringraziai alcuni secondi e scappai via da lì senza voltarmi.
2020-2021.
Mi è chiaro nella mente quando per la prima volta avevo sentito “la chiamata”. C’era stata una controversia con un parente per via di una compravendita. Ricordo che durante l’ultima seduta dal tecnico nominato dal tribunale mi ritrovai a un bivio. Quello che si manifestava chiaro era che andare fino in fondo, con tutte le mie valide ragioni per oppormi, non solo c’erano zero possibilità di vincere, ma anche che avrei dovuto pagare le spese legali – oltre a ulteriori spese per il compenso del tecnico – e quello non era un buon momento per i pagamenti; accettare significava la possibilità di avere un domani ulteriori problemi. Tentennavo. Volevo dire di no, rischiare, ma qualcosa mi tratteneva. Sentivo che avevo bisogno di aria. Tutti mi guardavano: era pesante.
Con il permesso del tecnico uscii in giardino per respirare. Mi sentivo schiacciato, lì dentro. Mi accucciai e porsi una mano sul pelo dell’erba affiancato dal mio avvocato, trassi qualche respiro profondo. Mentre discorrevamo sommessamente, sentivo un alone di dolcezza sfiorarmi, un candore gentile che mi accarezzava, come un abbraccio sincero che stringeva il mio cuore per dargli forza; era “la chiamata”, che attraverso delle sensazioni mi invitava ad avere fiducia e ad arrendermi… Che sarebbe andato tutto bene… Alla fine andammo dal notaio per il rogito il quale trovò subito una soluzione per evitare future conseguenze legali.
2021-2022.
Questa parte della mia vita è stata forse uno dei periodi più pesanti che ho vissuto, in cui ho deciso di aprire deliberatamente la mia sensibilità, non più per difenderla, ma usarla e imparare a camminarci insieme – sentirla, collegarci, modulare.
Due trame l’hanno intrecciata in modo particolare: l’allenamento nell’ambiente giusto e l’urto della malattia di mia madre.
A due passi da casa ho incontrato l’associazione culturale e scuola di formazione di FucinAlchemica. Con le “costellazioni famigliari aperte” guidate da Erica Cappelletti (allieva nell’alveo di Selene Calloni-Williams, tra le altre) ho imparato a stare dentro un Campo condiviso senza nominarlo; lì tra l’altro ho conosciuto alcune figure-cardine come Michele Lovisi, Deborah Rosà, il dott. Paolo Rocchetti, Nicole Marchetti, Patrizia Viola (i quali sono stati guide gentili durante il mio percorso) e al centro, Erica. Entrando per via di un “master intensivo” sullo sciamanesimo ho ricevuto una grammatica pratica: postura, ascolto, restituzione sobria. Nel fare, il Campo si mostrava – anche in quel momento non sapevo né riconoscerlo e né definirlo.
Pochi giorni dopo un modulo di lavoro, mia madre cadde in depressione per alcuni mesi. Mi trasferii in Val di Rabbi. Mattine di meditazione in montagna, silenzi lunghi, e il gesto iniziatico del bastone trovato e lavorato a mano. Quel bastone sarebbe diventato successivamente la guida del mio femminile (energia femminile), sotto il segno archetipico e simbolico della dea celtica Morrigan, e mentre quest’ultima emergeva lenta (come archetipo vivo), io affondavo le radici: il Campo non era un’idea, ma aria che si respirava insieme.
Le costellazioni mi hanno dato la prova corporea che cercavo (archetipi, memorie animiche e ancestrali che si attivano come correnti nel Campo). Prima ci stavo dentro senza nome, come chi nuota in mare senza sapere cos’è l’oceano; poi, guardandolo dall’alto, ho potuto definirlo. Quel passaggio è stato fondamentale perché ha cucito Jung e sciamanesimo in un’unica cerniera operativa.
A sostegno del corpo ho aggiunto pratiche di radicamento seguendo il modulo del primo chakra, presso il maneggio di Raidho Healing Horses, di Alexandra Rieger e lavorato sul mio bambino interiore con Cinzia Maino di Horion Multidimensional.
E infine intorno la piccola comunità di Fucina Alchemica, che oltre ad essere testimoni, compagni, risonanze, mi sento anche di definirli pezzi integranti della mia anima.
Se devo dire cosa resta, l’apertura non è stata emotività sfrenata, ma competenza di campo. Ho capito che ogni gesto, respiro, parola, lama di coltello sul legno, modula l’atmosfera e che un manuale nasce così: dare nome a ciò che già opera, perché altri, entrando, possano riconoscere l’oceano in cui nuotano.
2022.
L’ultimo pezzo del puzzle era stato dato dal libro Frammenti di un insegnamento sconosciuto del filosofo e matematico Peter Ouspensky, che nel suo libro scrive ciò che ricorda dell’esperienza vissuta con il suo maestro Georges I. Gurdjieff, nel quale libro il ragionamento sui quattro corpi dell’essere umano (divino, intellettuale, emozionale/astrale e fisico), è stato determinate per la conoscenza dell’esistenza del Corpo Emozionale la quale emanazione nel mondo fisico l’ho chiamata proprio, per chiarezza: Campo Emozionale.